Massimo Gadolfini predispone bozze di delibera contro il diritto di manifestazione dei gay



Massimo Gandolfini è tornato ancora una volta a chiedere che la libertà di espressione e di manifestazione dei gay sia negata nel nome di un'ideologia basata sul sostenere che l'eterosessualità debba essere ritenuta la caratteristica fondante di una sorta di nuova razza ariana. Ed è in vista dell'imminente Brescia Pride che l'integralista sta cercando di convincere quanti più comuni possibili a negare qualunque forma di supporto o di patrocinio alle manifestazioni in difesa dei diritti civili, arrivando persino a sostenere che le amministrazioni devono negare ai gay l'autorizzazione ad affiggere a proprie spese qualunque manifesto risulti firmato dal Comitato Brescia Pride o dai suoi partner. Insomma, una vera e propria censura finalizzata a limitare la libertà e il diritto di espressione di un intero gruppo sociale.
A tale scopo il suo comitato ha inviato a tutti i Comuni della provincia una bozza di delibera di giunta in cui si enunciano vari trattati per la non discriminazione al fine di sostenere che tali principi «non impongono al legislatore o all'amministrazione, tenuta all'applicazione della legge in ossequio al principio di legalità, di trattare in modo equale situazioni oggettivamente diverse».
La base della sua rivendicazione è dunque il sostenere che i gay siano «oggettivamente» diversi da lui e che la differenza da lui teorizzata debba essere ritenuta sufficiente a riservare loro un trattamenti da cittadini di sere b. Peccato che quello sia lo stesso ragionamento che rese possibile il nazismo e che sia una rivendicazione che renderebbe possibile qualunque forma di discriminazione. A quel punto il colore della pelle, le credenze religiose o anche il semplice fatto di avere i capelli di un determinato colore dovrebbero legittimare la discriminazione altrui.
Ma l'assurdo non si esaurisce lì, dato che la bozza di delibera ideata da Gandolfini si spinge persino nel sostenere che «qualora ciò si verificasse, si darebbe luogo ad un costruttivismo legislativo che condurrebbe a svincolare la norma dal dato ontologico del reale, con risultati terrificanti, come ha mostrato la violenza dell’ultimo secolo».
La tesi sostenuta da Gandolfini, dunque, è che la sia stata la mancanza di discriminazione a dar vita al nazismo e al fascismo, in un uso delle parole che pare ormai sempre più collegato dalla realtà ,ma finalizzato a usare ciò che può alimentare maggior odio. Ma forse era l'inevitabile conseguenza di una tolleranza che non lo ha mai portato a doversi assumere le responsabilità dei suoi proclami e che oggi lo fa probabilmente sentire legittimato a dire qualunque cosa gli passi nella mente nelle certezza che nessuno lo toccherà. Anche il nazismo non nacque in una notte e quando si cercò di arginarlo era ormai troppo tardi.
In un paragrafo successivo del documento, Gandolfini rincara la dose asserendo: «la sacrosanta salvaguardia dei diritti fondamentali non può divenire un mezzo per limitare la libertà di espressione camuffando e contrabbandando fascismi di varia natura sotto etichette variopinte e slogan apparentemente liberali».
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